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Roma, 18 ottobre 2018 – Di Raimondo: “Nelle Tlc serve ricambio generazionale. La formazione chiave di volta”

Il direttore generale di Asstel: nella filiera età media oltre i 40 anni. Investire spetta alle imprese ma anche allo Stato, che deve avere un ruolo guida. Lo sviluppo delle reti 5G e in fibra e dei servizi innovativi, prospettano importanti opportunità

“È necessario avviare una riflessione a tutto campo sul rapporto tra sviluppo tecnologico e lavoro. E Asstel deve ambire a diventare un hub capace di spingere e incoraggiare lo sviluppo di nuovi approcci al lavoro, più ricchi di contenuti per le imprese e per le persone che vi lavorano”: è quanto dichiara a Corcom il Direttore Generale di Asstel Laura Di Raimondo. “È su questi temi che sentiamo la responsabilità di continuare a fare cultura, con la consapevolezza che il digitale è il luogo in cui si realizza il nostro futuro”.

Di Raimondo quanto il settore delle Tlc è coinvolto nella sfida del “nuovo lavoro”?

Il processo di digitalizzazione dell’economia è un fenomeno sempre più pervasivo, destinato a investire tutti i settori produttivi, industria, servizi e Pubblica Amministrazione. La filiera delle Tlc, in quanto infrastruttura abilitante dell’economia digitale, è essa stessa toccata dai processi di innovazione tecnologica, con implicazioni e ripercussioni profonde sull’organizzazione, sulle modalità operative, sulle regole e sui contenuti del lavoro. Non solo: il tema è particolarmente sentito per la filiera delle Tlc, se si considera che l’età delle persone che operano nelle imprese è in media oltre i 40 anni e che in alcune di loro l’età media è intorno ai 50 anni. Abbiamo di fronte, quindi, l’esigenza di favorire, anche con soluzioni e strumenti nuovi, il ricambio generazionale. Lo sviluppo delle reti a banda ultra larga 5G e in fibra, e dei conseguenti servizi innovativi, prospettano alla filiera importanti opportunità di creazione di valore, attraverso l’evoluzione dei modelli di business, la digitalizzazione e riorganizzazione dei processi, la creazione di nuove competenze e professionalità.

Non sarà semplice.

Dall’analisi dei cambiamenti dei modi di lavorare, dei processi, degli assetti organizzativi delle imprese, è necessario ridefinire le misure per accompagnare al meglio la transizione, valorizzando quanto di positivo si è già fatto, e gestire le implicazioni per la sostenibilità  e la progressione dell’occupazione.

In concreto in cosa si traduce?

Bisogna aggiornare regole che sono nate nel mondo analogico e che oggi hanno difficoltà a interpretare i nuovi scenari. Perché se è vero che il lavoro deve sperimentare ed adottare le nuove tecnologie digitali, è anche vero che questo cambiamento deve essere accompagnato da una coerente evoluzione dell’impianto normativo che – in tema di lavoro – si fonda ancora su un modello costruito in un mondo molto diverso da quello contemporaneo. Rivedere le regole del lavoro significa innanzitutto rispondere agli interrogativi derivanti dall’impatto dell’evoluzione digitale, dando rilievo ai tanti aspetti che possono accompagnare positivamente il processo di cambiamento, che avanza ogni giorno a grande velocità su scala internazionale. Ripensare al tradizionale modello del lavoro rappresenta un passaggio cruciale, a partire da temi lungamente codificati come l’orario di lavoro, i profili professionali e la remunerazione della prestazione, elementi che devono trovare una loro dimensione dinamica sia nell’espletamento delle sempre più ibride prestazioni lavorative, sia nella valutazione dei risultati raggiunti. Il contesto normativo legislativo che regola i rapporti di lavoro in Italia è ancora il risultato della tradizione imprenditoriale manifatturiera del Paese. Di conseguenza gli strumenti di cui disponiamo per realizzare la trasformazione digitale risultano inadeguati. Una carenza che, con la dovuta collaborazione di tutti gli attori interessati, le imprese, organizzazioni sindacali e le istituzioni, può trasformarsi in un’opportunità da cogliere per promuovere le soluzioni necessarie, anche con il supporto di strumenti innovativi finanziati adatti a raggiungere questo scopo.

E le sfide per le imprese quali sono e quali dovranno essere?

Bisogna passare attraverso tre principali step: adottare programmi di formazione continua, adottare programmi di formazione sulle competenze digitali, promuovere e sostenere sia politiche attive del lavoro realmente efficaci per creare condizioni che migliorino il grado di occupabilità/rioccupabilità delle persone, sia un nuovo modo di concepire in chiave più espansiva il tradizionale modello degli ammortizzatori sociali, oggi prettamente “difensivi. La sfida evolutiva del lavoro rappresenta un banco di prova anche per il sistema delle relazioni industriali. Il contratto collettivo deve avere un nuovo ruolo nel supportare i processi di trasformazione settoriali e aziendali verso condizioni di competitività, occupabilità e rioccupabilità, anche grazie a modelli e strumenti innovativi di Welfare. Oltre a questo diventa centrale il rafforzamento della contrattazione aziendale per rispondere alle esigenze di flessibilità connesse ai diversificati contesti organizzativi delle imprese e consentire uno scambio tra creazione di valore, nonche’ efficienza/produttività, e incremento delle retribuzioni

Pensa a iniziative specifiche?

Sul fronte della formazione continua che deve avere l’obiettivo di aggiornare le competenze a medio lungo termine per evitare l’obsolescenza professionale, è necessario innescare un processo di riconversione delle competenze e delle professionalità con la finalità di favorire l’occupabilità e la rioccupabilità e supportare azioni che consentano di avviare un piano di ricambio generazionale e di active ageing, non disgiunto dalla gestione del “turnover”. Riguardo alle competenze digitali, la cui disponibilità sul mercato è purtroppo scarsa anche nei giovani che si affacciano sul mercato del lavoro – inclusa l’indispensabile conoscenza della lingua universale della digitalizzazione, ovvero la lingua inglese – è necessario che il sistema di educazione pubblico punti su programmi didattici su vasta scala di “Innovazione Digitale” rivolti agli studenti dalle scuole secondarie di primo grado fino alle Università. E in merito alle politiche del lavoro in un mercato che sarà sempre più interessato da transizioni professionali, è necessario un forte investimento in questa direzione, per gestire in maniera non traumatica e, auspicabilmente, in maniera preventiva, l’impatto della trasformazione digitale.

E le risorse chi ce le mette?

Le nostre imprese investono e continueranno ad investire, ma è evidente che considerata la dimensione della questione è necessario un ruolo attivo e anche il finanziamento da parte delle istituzioni pubbliche, per esempio attraverso un adeguato utilizzo dei programmi di finanziamento europeo. Solo la combinazione coerente e simultanea di questi strumenti può affrontare e gestire adeguatamente le dimensioni di tale cambiamento epocale, a beneficio sia della competitività delle imprese che dello sviluppo del capitale umano.

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