“Le conclusioni evidenziate dall’articolo pubblicato da accademici ed analisti finanziari, riconducibili all’ambiente della DG Competition, evidenziano una netta contraddizione rispetto ai dati strutturali della filiera TLC in Italia, che non deve essere ignorata. I ricavi delle telco in Italia sono in calo da oltre un decennio, mentre gli operatori continuano a sostenere livelli di investimento estremamente elevati per reti, innovazione e costi per le licenze. Dal 2010 a oggi, il settore ha perso oltre il 30%, circa 14 miliardi di euro, di ricavi, a fronte di oltre 114,8 miliardi di euro di investimenti complessivi, in un contesto caratterizzato da un costo del capitale in costante crescita, passato dal 7,3% nel 2019 all’8,1% nel 2023”. Lo dichiara Asstel commentando lo studio “An analysis of the EU telecom sector’s ability to remunerate its cost of capital” curato dagli economisti della Commissione Europea: Emanuele Tarantino, Chiara Atzeni, Chiara Cirignaco, Dominik Erharter e Hans Zenger
Prosegue Asstel: “Questi dati indicano con chiarezza che il capitale investito nel settore delle telecomunicazioni non è adeguatamente remunerato. Pur in presenza di ingenti investimenti, la redditività non cresce in modo proporzionale e spesso non consente una piena copertura del costo del capitale, mettendo sotto pressione la sostenibilità economica e finanziaria degli operatori. Le imprese sono chiamate a sostenere rischi industriali e finanziari molto elevati, legati alla realizzazione e all’aggiornamento continuo delle infrastrutture di rete e all’acquisizione delle licenze, operando però in un contesto regolatorio e competitivo che tende a comprimere i margini. A questo si aggiunge una crescente asimmetria con gli operatori digitali over-the-top, che generano valore e traffico sulle reti senza essere soggetti agli stessi obblighi e costi. Il risultato è un settore che assorbe ingenti quantità di capitale ma fatica a remunerarlo in modo stabile e prevedibile, rendendo sempre più complessa la pianificazione industriale di lungo periodo.
In questo quadro, il tema delle frequenze non è più rinviabile: il costo delle licenze rappresenta una componente rilevante del capitale investito, ma non genera ritorni economici diretti proporzionati, aggravando ulteriormente il divario tra gli investimenti richiesti e i risultati economici ottenibili. Finché le frequenze resteranno onerose, la remunerazione del capitale nel settore delle telecomunicazioni rimarrà strutturalmente debole, anche in presenza di forti investimenti e progressi tecnologici.
Non basta osservare indicatori medi di redditività. Occorre considerare congiuntamente la dinamica dei ricavi, il costo del capitale e gli oneri regolatori e la velocità di cambiamento di un mercato esposto strettamente collegato all’innovazione tecnologica digitale, che nel loro insieme descrivono un settore che investe molto ma remunera poco.
Per queste ragioni, è necessario assumere al più presto una decisione chiara sulla non onerosità delle frequenze, riconoscendo che lo spettro radio rappresenta un fattore abilitante per lo sviluppo del Paese e per la competitività europea, e non una mera leva fiscale. Senza un riequilibrio del quadro economico e regolatorio – a partire proprio dal costo dello spettro e da una maggiore simmetria competitiva – il rischio concreto è quello di compromettere la sostenibilità industriale dell’intera filiera delle telecomunicazioni e, con essa, la realizzazione degli obiettivi europei in materia di connettività, competitività e transizione digitale”, conclude Asstel.
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